giovedì 21 agosto 2014
giovedì 10 luglio 2014
Nel libro di Alfio Patti sull’universo
muliebre siciliano, canti e versi
ricostruiscono uno «spaccato
storico-sociale che dal Medioevo
arriva agli anni Cinquanta»
Ciuri
d’aranci e spini santi cunti sulle donne
LA
SICILIA CULTURA 10.07.2014
“Tra ciuri
d’aranci e spini santi” è il titolo del nuovo libro di Alfio
Patti (Radiusu
Edizioni), che illustra, con dovizia di particolari, l’omonimo spettacolo,
imperniato sull’universo muliebre siciliano, narrato per mezzo di folgoranti “cunti
e canti popolari”. “Questo lavoro
offre uno spaccato storico-sociale che, partendo dal Medioevo, arriva fino agli
anni Cinquanta del secolo scorso - dichiara
Patti -. La protagonista è la donna
siciliana. I fiori d’arancio rappresentano i sogni, l’amore, la sensualità,
mentre le spine sante raffigurano le controversie, i dolori, le fatiche che il
gentil sesso di Trinacria ha sempre sopportato con rassegnazione. L’idea di
pubblicare questo libro, valorizzato dalle note di approfondimento, frutto di
studi che durano da trent’anni, è nata dall’esigenza di soddisfare coloro che,
dopo aver visto lo spettacolo, lanciato in occasione del
centenario dell’indizione della giornata della donna (Copenaghen 1910), mi chiedevano dove avrebbero potuto leggere quanto
espresso durante la mia performance. Con gioia porgo questo scrigno pieno di
gioielli trovati nel grande baule della nostra cultura. Colgo l’occasione per
ribadire che conoscere la propria
cultura, oltre ad essere un piacere, è un dovere, ora suggellato dalla legge
regionale n. 9 del 31 maggio del 2011 con la quale all’art. 1 si fa obbligo a
tutte le scuole, di ogni ordine e grado siciliane, di insegnare il patrimonio
linguistico e storico-letterario della Sicilia. È caduto, così, il tabù che ci
impediva di parlare delle cose di Sicilia, perché ritenute di secondo livello e
ridimensionate a mero folklore”. “Corteggiamento”, con i versi del poeta e drammaturgo italiano Alessio Di Giovanni, “Lu sonnu di la notti m’arrubbasti, ti lu purtasti a
dormiri ccu tia”, (“Il sonno della notte mi hai rubato, lo hai portato a
dormire con te”), schiude l’opera suddivisa in sette sezioni. Subito in primo
piano l’innamorato che, sotto la finestra dell’amata, defraudato del sonno,
intona una serenata “per darle un saluto, per dichiararle i propri sentimenti,
per chiederle la forza e il coraggio di
allontanarsi promettendo che, una volta ritornato, non ripartirà”. Segue
“Fuitina”, (“Fuga d’amore”), “quadro di vita popolare fra i più coloriti e
rilevanti della nostra tradizione”. Un capitolo ricco di riferimenti e
citazioni, tra cui la romantica serenata, “si t’affacci di la barcunata, quannu
la vuci di l’amuri senti, torna lu suli intra la me jurnata, e scordu tutti li
me patimenti”, scritta da Francesco Foti e musicata da Salvatore
Riela. Diversamente, con “Ratto”, la narrazione affronta, un aspetto
crucciante. “Fino alla metà del secolo - spiega Patti -, accadeva che la
ragazza veniva rapita, sequestrata e posseduta: in una parola violentata.
Questo reato veniva poi sanato col matrimonio riparatore, art. 544 del Codice
penale abrogato soltanto nel 1981”. Seguono, rispettivamente, i capitoli
“Matrimonio”, insaporito dall’eloquenza di proverbi pepati, “l’omu è u cummu
d’â casa e i fimmini sunnu li culonni” (“l’uomo è il colmo della casa, le donne
le colonne”), “di li fimmini lu papatu è lu statu maritatu”, (“delle donne il
papato è lo stato di sposata”), e “Figli”, con tanto di “drammi”, colorite
congetture, spropositati cicalecci di “amici e parenti ai quali la coppia
doveva inventare sempre nuove scuse per giustificare l’assenza di discendenti”.
Patti avanza e, con “Solitudine”, pone l’accento sul ruolo delle “vedove
bianche”, ovvero, tra fine Ottocento e anni Settanta del Novecento, le mogli
costrette, loro malgrado, “ad amministrare l’economia, preparare la dote per le
ragazze, educare i figli, mantenere il decoro e l’onorabilità della famiglia”,
con i denari inviati dal marito emigrato per lavoro. Ancora, denuncia la
violenza sulle donne ricordando “Cantu e cuntu” di Rosa Balistreri, brano dai toni amari e rivoluzionari sulle
“infanzie rubate”, senza dimenticare, in chiusura, con “Perdere un figlio”, le signore alle quali la mafia ha
strappato gli affetti basilari. Un lavoro invitante che, nel segno distintivo
della “parola
che si fa poesia e della poesia che diviene canto”, difende il presente
preservando il passato.
GRAZIA CALANNA
venerdì 4 luglio 2014
“DISMISSIONE”, I VERSI SPERIMENTALI DI FABIO ORECCHINI
“DISMISSIONE”, I VERSI SPERIMENTALI DI
FABIO ORECCHINI
La strage silenziosa dei morti per
amianto
LA SICILIA 27.06.2014
di Grazia Calanna
“Nella terra si scava senza sosta // si sprofonda”.
Procede tacita la contaminazione dei giorni, “e non c’è nulla che possa fermare
/ la [ri]produzione dell’ovvio / l’abitudine al male”. Soccombiamo
all’ineluttabile “Ragione di Stato”. Siamo “Una generazione postuma[na]”.
Un condensato di versi sperimentali, tratti da “Dismissione” di Fabio Orecchini, Luca
Sossella Editore, per un messaggio lapidario: “il benessere è nel
sottosuolo / - sottocutaneo - / in superficie / l’enorme camera a gas”. “Dismissione
nasce - spiega Orecchini -, da una lunga riflessione politica e filosofica
che ha accompagnato la mia ricerca universitaria come antropologo culturale.
Decisi di concentrarmi sulla realtà in cui eravamo (era il 2007) e siamo
immersi. Tutto era avvelenato e corrotto, dilaniato. Come è potuto accadere mi
chiesi, scegliendo di trattare un tema, un nucleo possibile da cui partire e
procedere per osmosi di pensiero: il dramma dell’amianto e delle morti ad esso
correlate, la strage silenziosa, silenziata, cui stiamo assistendo in questi
anni. L’ho definito un processo di “alchimie
speculative”: per tutto il novecento l’amianto è stato l’oro “bianco”
per grandi e potenti apparati industriali internazionali, l’albedo alchemico di
un metallo perfetto perché a basso costo, resistente ad altissime temperature,
praticamente eterno, invincibile. Verrà utilizzato in ogni tipo di costruzione:
treni, metro, automobili, ministeri, fabbriche, scuole. Sino a scoprirne la
nocività contagiosa, la capacità delle sue lamine microscopiche di penetrare il
corpo attraverso il respiro, in un processo di incorporazione in cui le stesse
bocche diventano simulacri ed icone (ritratte nelle lastre-rx da me disegnate a
mano e visibili sul sito internet dell’opera) di una narrazione negata,
dell’impossibilità oggettiva, reale - per via della stessa malattia che
colpisce per prime proprio le vie respiratorie e l’apparato fonatorio - di dar
voce al proprio vissuto, condannando definitivamente tutte queste tragiche
esperienze all’oblio della memoria. Per non parlare del silenzio oltraggioso di
chi sapeva e taceva, per il bene del capitale”.
Cataratte, «come ortensie giù dai davanzali», ossa
screpolate, carni scavate, «Piaga d’attesa l’infinito decubito», corpi
dissepolti, sudore, «freddi organi[smi]
genitali». “Il tutto Orecchini lo spalma sulla pagina,
perché affiori come un relitto, il relitto di un discorso disarticolato, con
ogni singolo elemento reso roco, finanche irriproducibile, come il «(punto)»
che chiude l’opera stessa - scrive Gabriele Frasca nella postfazione”. Un
libro impreziosito dal cd, allegato al libro, a cura del quintetto dei “Pane”, con
una suite musicale articolata in sei tracce (sui testi
di Orecchini), fiorita, nel paradosso fertile
di una storia edificata da silenzi, da bocche deturpate dall’impossibilità di
narrare, dall’urgenza febbrile della parola, “depositaria di senso profondo e
sfaccettato”.
GRAZIA CALANNA
martedì 24 giugno 2014
LA RACCOLTA DI ANGELA BONANNO
“Pani schittu”, allegoria del reale in vernacolo
LA SICILIA del 20.06.2014
“Pani schittu”, allegoria del reale in vernacolo
LA SICILIA del 20.06.2014
di Grazia Calanna
“Astutari vulissi ccu du ita / u picciu d’e cannili / cammari a tussi d’o
munnu” (Spegnere vorrei con due dita / il pianto delle candele / calmare la
tosse del mondo). L’audacia
della semplicità, da intendersi, quest’ultima, come “forma della vera grandezza”,
distingue i versi di Angela Bonanno e, peculiarmente, quelli della raccolta
“Pani schittu”, edita da CFR, vincitrice del IV Premio “Franco Fortini”. Versi
in vernacolo che, come evidenzia Manuel Cohen nella gustosissima prefazione,
offrono “un surplus di vitalità linguistica dagli effetti notevoli, per
condensazione polisemica e per riverberazione analogica, per icasticità di
sguardo e per rapidità di sintesi e movenze”. Sull’ordito del tempo, versi in
costume adamitico, come pane, ora secco, salato, sostanzioso, sbriciolato,
solitario, bastevole, come pane, in “tempi di fame”, rovello, raffermo, votivo,
zitto, fermo, “in gola”. Il pane, allegoria del reale, “annachiti ca u tempu
briganti / cala d’e muntagni e n’arrobba” (sbrigati che il tempo brigante /
scende dalle montagne e ci deruba); contraltare dell’esteriorità, “essiri
scurdata è / non essiri” (essere dimenticata è / non essere); lievito
quotidiano, “è sempri n fattu di fami / l’amuri è quannu non c’è” (è sempre un
fatto di fame / l’amore è quando non c’è). Essenziale alla vita. Nudo, come la
poesia.
-
Per Eliot la poesia «è fuga dall’emozione, fuga dalla personalità», per
lei?
“Per me è sullo stesso piano dei bisogni
primari: cibo acqua, poesia, camminare…”.
-
«La scrittura esige virtù scoraggianti, sforzi, pazienza; è un’attività
solitaria in cui il pubblico esiste solo come speranza». Con Simone De Beauvoir per chiedere: oggigiorno
qual è la funzione della poesia?
“Condivido il pensiero della De
Beauvoir. La funzione della poesia, e della cultura in generale, potrebbe
essere di educarci all’ascolto. C’è troppo chiacchiericcio inutile, ci sono
rumori molesti. Non c’è pudore nel voler scrivere, nel voler dire. Bisogna fare
spazio, fare pulizia, per lasciare posto al «bello»”.
-
«Pani schittu», questo titolo forse perché, come insegna Epicuro, «I
sapori semplici danno lo stesso piacere dei più raffinati, l’acqua e un pezzo
di pane fanno il piacere più pieno a chi ne manca»?
“Non
c’è niente di semplice nel “pani schittu”, è cibo primario di rivoluzione, di
resistenza, di trasformazione. Sempre vivo”.
- Assodato che, come scrive, “è l’omu a
peggiu speci” (l’uomo è la peggiore specie), la poesia può migliorarci?
“Si. Se
riesce, e quando riesce, a essere chiave che apre le porte verso quel “«qualcos’altro»”.
Le mie parole
sono girasoli, si aprono in un grido (“i me paroli su girasuli / si
rapunu cc’u na schigghìa”), tuona la Bonanno. Un grido lacaniano, aggiungiamo
noi, chiaro monito, eco diffuso tra floridi fogli, che la vita umana, per non
smarrirsi nel crepuscolo, necessita dell’altrui risposta.
GRAZIA
CALANNA
CAVALLARO
Un
Angelo forsennato fra il Paradiso e la terra
LA
SICILIA del 20 dicembre 2013
di
Grazia Calanna
“Il Paradiso visto dalla Terra,
il Paradiso dove ci attendono gli “Affari
di Lassù”, il Paradiso luogo
di ipotesi e risposte, dei “Santi
incontri”, il Paradiso quasi dietro l’angolo e con un angelo sempre
pronto a darci una mano (casualmente?), vegliando su di noi”. È questo, dalle
parole dell’autrice Grazia Cavallaro, il leitmotiv del nuovo libro, A&B Editrice, “Favole
del Paradiso”. “Di ritorno
dalla terra… Sembro un forsennato. Ma per chi mi hanno preso, per un pacco
postale? Non so per quanto tempo ancora riuscirò a sopportare di viaggiare
senza potermi fermare per tirare un bel respiro, (Qui le pause sembrano durare
un’eternità!”). Esordisce così il protagonista, l’Angelo custode di Astrid,
delizioso scarabocchio che, nel precedente libro della Cavallaro, “Il Bianco e
il Nero”, è diventato umano. In un’epoca tecnologica in cui gli studiosi
cercano risposte concrete ai quesiti insoluti sull’universo, la favola,
chiarisce l’autrice, “crea mondi
paralleli permettendoci di viaggiare
lontano, fino a trovare, negli spazi reali nella fantasia,
risposte e soluzioni”. Un nugolo
di personaggi animano pagine di storie incardinate su un chiaro messaggio: “per
trovare il proprio paradiso interiore occorre recuperare la parte migliore di
noi stessi, spesso saccheggiata dal divenire esistenziale”. Ci sono i
fratellini Bàstis
e Raya, nati, quasi ai margini del creato, per ritrovarsi e volersi bene;
l’Omone
e Peppina
che sfidano avversità dissimili con coraggio e pacatezza; l’Uomo Stanco,
a lavoro da mattina a sera per guadagnarsi da vivere e sostentare al meglio i
familiari, al proverbiale incontro con un Gigante dall’abbraccio paterno. E,
ancora, non ultimo, il Diavolo, snervato del proprio ruolo e delle inevitabili connessioni
negative, disposto nientemeno che a servire il suo antagonista pur di essere dimenticato
da chi lo invoca continuamente, una figura quasi umana, per via della ricerca
di cambiamento e di posatezza interiore. “Scrivere come pensare - dichiara la
Cavallaro -, è una forma di dialogo con noi stessi con la differenza che scrivendo, oltre ad analizzare i sentimenti umani,
trasmettiamo valori. Tutto questo ci
aiuta a vivere in pace con noi stessi e col mondo, dando un senso diverso alla nostra vita. Questo accade soprattutto quando,
strada facendo, incontriamo difficoltà senza risposta o procediamo accompagnati
da tanti dubbi. La fiaba è un percorso
introspettivo in noi stessi alla
ricerca dei nostri personaggi, degli antagonisti, degli sconosciuti,
delle storie in apparenza lontane. È un cammino
nel mondo che ci circonda visto attraverso
gli occhi della nostra anima. Leggendo ciascuno può trovare la sua parte di mondo e, dunque, la fiaba diventerebbe
il luogo rappresentativo nel quale
ritrovarci e rispecchiarci a
vicenda”.
GRAZIA CALANNA
«QUEL GRIDO RAGGRUMATO» DI RITA PACILIO
Quando la poesia s’interroga sull’individualismo
LA SICILIA 11.06.2014
di Grazia Calanna
“La poesia dovrebbe sentire proprio il contesto di ogni civiltà, dovrebbe guardare in tutte le direzioni territoriali e sociali per conoscere i limiti dei paesi, delle aree geografiche che ancora parlano linguaggi educativi retrogradi e incivili. La poesia deve viaggiare, se è necessario deve interrogarsi e scegliere l’alternativa della politica solidale mondiale per riscattarsi da concetti legati alla meridionalità e all’individualismo sempre più sordo”. Una riflessione dell’autrice, Rita Pacilio, per introdurre “Quel grido raggrumato”, lancinante raccolta che, dopo “Non camminare scalzo” e “Gli imperfetti sono gente bizzarra”, chiude, per le edizioni de “La Vita Felice”, la trilogia abbarbicata sui dolenti assunti dell’emarginazione. “Ci sono sentieri che nascondono l’inganno dei lastroni / e le mani dei padroni sono daghe, punte venute dall’est. / Inganna la zeppa nera, si abbevera alla macchia riccia di sole / scruta l’iride abbassata il sonno del cliente, antico padre. / Sono parole sacre le voci dei bambini, tiepide le fronti / eppure i glutei hanno croste, boomerang colpiti nel segno / fino ai fianchi pulsano inverni consumati domani / intorpidite le rupi si muovono come nembi folli le bufere. Non si aprono fenditure ma canaloni indecifrabili / un lappare lento, immaturo / che giunge all’agitazione tra le natiche della bestia / nel luogo livido di pianura chiuso in quel grido raggrumato”. “Parlo - aggiunge la Pacilio -, della vendita degli organi, della prostituzione minorile, della misoginia, della difficoltà a comunicare nonostante la vicinanza, il contatto”, “L’hanno tenuta in due come un foglio, un lenzuolo / i polsi e le caviglie erano in una forma che si stira / un mandarino intero riempiva la bocca e la gola / nel chiarore del vicolo divaricato fra le trombe d’aria / il suo esame di idoneità, la preparazione al primo / cliente la rendeva frutto acerbo del cactus / desiderato dalla censura di chi si apre i pantaloni / e spinge guardandosi intorno che sia coperto / dalla colpa che non si fermerà nella frusta dei reni / ma sintonizza il morso e il liquido che cola / dalle due bocche aperte lungo una linea comune / in quel triangolo nero da cui escono periferie e disordine”. Versi audaci che “sulle mani esplorano la via del ritorno”. Versi scarlatti, “la scintilla intima del riscatto acidulo e anticipato”, protesi verso le lampanti gradazioni del rifacimento, a principiare da un mondo in cui “ognuno perde se stesso e il chiaro sole”.Versi della rifioritura, “Dio non nega la gloria e la salvezza / i criminali hanno il loro tempo / un’acqua sul volto, nelle mani carta bianca”, dell’impervia riabilitazione, “È sollievo giustificare / la responsabilità dell’offerente / salvarsi dalla pena ripetuta. / Anche gli uomini si innamorano”.
sabato 26 aprile 2014
I luoghi della Bellezza (Noto 2014)
A Noto,
punto di riferimento per l’unicità del suo straordinario barocco, dal 28 aprile
al 4 maggio 2014, si rinnova l’appuntamento culturale primaverile che ruota
sul tema della Bellezza, protagonista assoluto, pensato in funzione etica
ed estetica, giunto alla maturità della sua struttura progettuale e dei
contenuti. Il progetto di Luisa Mazza intitolato “Nei Luoghi
della Bellezza”, rende la città Luogo di produzione culturale, di incontro e
confronto, con un coinvolgimento sempre più attivo dei cittadini che
partecipano come fruitori o parte integrante di interventi e laboratori per
questa idea fortemente associativa nel promuovere e favorire la cultura e
l’arte, che si vuole sempre più radicata nel tessuto del territorio. In questo
contesto, poeti, artisti, musicisti, intellettuali, saranno presenti per
sviluppare un articolato confronto fra i diversi linguaggi espressivi, con
attività e proposte per creare nuovi dialoghi, interazioni e contaminazioni,
all’insegna di una ricerca sperimentale e innovativa. Grande attenzione sarà
rivolta ai giovani e agli studenti, con attività dedicate che
coinvolgeranno ogni scuola, senza perdere di vista lo scambio reciproco fra le
specifiche competenze degli autori e gli interessi e le passioni delle diverse
fasce d’età di un pubblico eterogeneo. Il percorso culturale, si snoderà in una
serie di eventi in luoghi significativi o inusuali, con la volontà di
metterne in luce altri, per continuare a valorizzare la grande Bellezza della
città, permettendone una singolare fruizione, attraverso la profondità della
cultura e sviluppare contemporaneamente consapevolezza sul valore, la necessità
e il dovere di tutela del territorio. La presenza di importanti autori
potrà contribuire a orientare maggiormente l’interesse dei media su Noto, per
consolidare la centralità già assunta dalla città come prestigiosa
ambasciatrice di cultura e Bellezza nel mondo. Il progetto, partendo da Noto,
punto di riferimento, potrà rafforzarsi nella relazione con altre Città e con
“Le Città Tardobarocche del Val di Noto”, nella condivisione dell’iniziativa
culturale per la valorizzazione dei Luoghi della Bellezza, sia con il
coinvolgimento che con l’estensione di eventi alle altre città della “World
Heritage List” UNESCO, Patrimonio Mondiale dell’Umanità, espressioni della
medesima armonia culturale. A Noto, dunque, per comunicare l’importanza e la
forza dell’autentica e profonda Bellezza, affinché i nostri sguardi
continuino a restituire Bellezza al mondo e le nostre azioni proiettate nel
futuro, siano finalizzate a proteggere e “Costruire Bellezza e Armonia”. “Dal
suono alla parola. Viaggio nell’ascolto” è il titolo dell’evento che si
svolgerà (come da Programma) il 3 maggio alle ore 20.30 nella splendida cornice
del Teatro “Tina Di Lorenzo” di Noto. Sul palcoscenico una prestigiosa terna di
artisti: il pianista Danilo Rea e i poeti Milo De Angelis e Tiziano Broggiato.
L’evento costituisce il risultato di un proficua collaborazione tra Luisa
Mazza, artista e curatrice di eventi, e l’Associazione Concerti Città di Noto
che da decenni sostiene lo scenario musicale internazionale per promuoverlo in
sintonia con le finalità culturali dell’area netina. “L’idea progettuale –
spiega la Mazza -, si pone come percorso dialettico fra linguaggi espressivi
diversi, per sviluppare un articolato confronto e creare nuovi dialoghi,
interazioni per una ricerca sperimentale e innovativa. Elaborazioni
individuali, all’insegna di scambio, complicità e condivisione, possono
alimentarsi parallelamente o fondersi per approdare a risultati fra
contaminazioni di generi differenti. In questo contesto va inserito “Dal suono
alla parola. Viaggio nell’ascolto”: musica e poesia diventano veicolo di
aspirazione all’Armonia. Con l’introduzione del critico letterario Roberto
Galaverni, protagonista del viaggio sarà lo straordinario pianista Danilo
Rea che interagirà con le letture di Milo De Angelis e Tiziano
Broggiato, poeti fra i maggiori della contemporaneità. L’evento, nel
fervore degli appuntamenti culturali primaverili, rende la città di Noto non
solo punto di riferimento per l’unicità del suo straordinario barocco ma,
ancora una volta, Luogo di incontro per promuovere e favorire arte e cultura,
che si vogliono sempre più radicati nel tessuto del territorio”.
PROGRAMMA
Nei Luoghi del Giardino di
Pietra
Per dire Bellezza – Noto
2014
Con il Patrocinio del
Comitato Italiano per l’UNICEF
Progetto di Luisa Mazza in
collaborazione con Tiziano Broggiato
L’evento prevede il coinvolgimento dei bambini e degli
adolescenti delle scuole primarie e medie, per consolidare la consapevolezza
del concetto di Bellezza, grande valore da preservare e coltivare per il
futuro. L’evento è alla sua seconda edizione e, in particolare, saranno invitate
le scuole delle Città Tardobarocche del Val di Noto, del sito UNESCO. I piccoli
allievi suggeriranno ai grandi poeti Maria Attanasio, Tiziano
Broggiato, Nicola Bultrini, Sebastiano Burgaretta, Grazia
Calanna, Milo De Angelis, Antonio Di Mauro, Davide Rondoni,
Angelo Scandurra parole e tematiche sulla Bellezza, da selezionare e
sviluppare, per realizzare componimenti poetici da leggere il giorno conclusivo
di questo percorso, in un incontro a Noto. I bambini partecipanti, a fine
incontro, potranno liberare tutti i pensieri e le parole da loro proposti
affidandoli a palloncini bianchi, con un suggestivo e significativo lancio
collettivo. Le poesie potrebbero essere raccolte, in seguito, in un libro i cui
eventuali proventi saranno utilizzati per donare e costruire ulteriore
Bellezza.
La Bellezza della parola
nei Luoghi di Poesia
Poeti di grande talento interverranno con le loro
letture, espressioni di svariate sensibilità e tematiche, in vari momenti della
manifestazione per evidenziare la grande attenzione che il progetto riserva al
linguaggio poetico. Saranno presenti i poeti: Maria Attanasio, Tiziano
Broggiato, Nicola Bultrini, Sebastiano Burgaretta, Grazia Calanna, Milo De
Angelis, Antonio Di Mauro, Davide Rondoni, Angelo Scandurra.
Il barocco si mostra tra
storia e contemporaneità
a cura di Francesca Gringeri Pantano
Visite guidate per scoprire tra i fascinosi Luoghi
cittadini, alcuni solitamente non disponibili alla visione del pubblico. La
seconda tappa, partendo da piazza Municipio, ci condurrà a Palazzo
Impellizzeri, uno dei più significativi palazzi nobiliari di Noto, per
introdurci nel cuore dell’Archivio di Stato che ha sede nel medesimo palazzo.
Mostre Installazioni
Bellezza, verità e stupore
Corpi solitari. Autoscatti
contemporanei
mostra fotografica a cura di Giorgio Bonomi
La mostra, nasce dal recente libro di Giorgio Bonomi
Il corpo solitario. L’autoscatto nella fotografia contemporanea, Editore
Rubbettino e s’inquadra all’interno della manifestazione “Nei Luoghi della
Bellezza”. L’esposizione presenta una selezione di artisti, operata dal
curatore Giorgio Bonomi, che con la fotografia hanno messo in pratica le
modalità dell’autorappresentazione, spesso evidenziando una poetica di
solitudine. Rappresentazioni del proprio corpo realizzate tramite tutte le
possibili forme di autoscatto: da quello vero e proprio (con il temporizzatore,
con la macchina fotografica in mano, con il flessibile, con il telecomando)
alla fotografia realizzata da un assistente il cui compito è meramente
esecutivo. Tecniche che consentono molte definizioni: “autoritratto”,
“percezione di sé”, “identità”, “allo specchio”, e molte altre, per quel
concetto di “autorappresentazione” che l’artista, da sempre, ha tentato. La
mostra presenta un significativo gruppo di artisti, molti dei quali
rappresentano notevoli emergenze del territorio regionale, alle prese con un
modo nuovo di riflessione sulla propria identità, sul proprio corpo, sulla
conoscenza di sé e sul sé come soggetto di narrazione. L’autorappresentazione è
apparsa la più funzionale e la più appropriata per simili operazioni; la stessa
componente narcisistica, certamente presente, assume un valore diverso se
leggiamo il mito greco di Narciso non come esempio di futile vanità bensì come
esemplificazione dell’operazione del conoscere, cioè il percepire l’altro da sé
e comprenderlo, afferrarlo. Narciso muore nel tentativo di afferrare la sua
immagine riflessa dall’acqua proprio per conoscere se stesso. Con il mito di
Narciso si evidenzia che il desiderio di conoscere comporta rischi estremi,
fino alla morte, come insegna anche l’altro grande mito sulla conoscenza,
l’Ulisse dantesco. È evidente che in questa odierna società, sempre più
spersonalizzata e basata sull’immateriale, il percorso di riappropriazione non
può che partire da se stessi e dal proprio corpo. Un altro dato interessante
consiste nel fatto che tra gli artisti che usano l’autorappresentazione, sono
prevalenti le donne. Per spiegare il fenomeno possiamo ricorrere a tutte le
categorie indicanti le caratteristiche femminili: intimità, riservatezza,
immediatezza, pudore e così via, se non le interpretiamo in modo mellifluo e se
accettiamo la lezione più accreditata del femminismo che contempla non
l’uguaglianza bensì l’esaltazione delle differenze di genere. Infine, perché
proprio l’autorappresentazione? Perché questa forma di espressione permette
all’artista di unificare soggetto ed oggetto senza mediazioni e di fruire di
una completa solitudine nell’atto creativo, evitando, a livello concettuale e
metodologico, ogni interferenza esterna, positiva o negativa. Così l’autore si
trova “solo” e carico di una responsabilità, etica ed estetica, maggiore e con
una dose assai più ampia di rischio: sfida che in questa mostra è essenziale e
alla base di risultati importanti.
Gli Artisti
IL PROMOTORE D’ARTE E CULTURA
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