mercoledì 11 settembre 2013


LUCIANNA ARGENTINO, AUTRICE DEL POEMA «L’OSPITE INDOCILE»

«Fare poesia è dare voce a chi non ne ha»

di Grazia Calanna su LA SICILIA pag. CULTURA del 7.09.2013

 

“Il suono tiepido della luce / scorre lungo i rami carichi / e cade e si frantuma, / fa certo il provvisorio / mentre la bellezza si fa scrittura / e non ne muore”. Versi germogliati da un’ininterrotta meditazione, immensa, come “felici scorribande del vento”, riconoscente, come inchiostro che “scorre / e si rapprende come lava / fa fertile il foglio / fa anse all’ansia / spicca il vuoto alle cornici / ai cornicioni chiede la vertigine / per il salto nel pieno della vita”, fulgida, come “l’infanzia con le altalene a filare il tempo”. Parliamo del poema “L’ospite indocile” di Lucianna Argentino, Passigli Editori, con nota critica di Anna Maria Farabbi che ha colto, focalizzandola, l’andatura interiore della poetessa romana. “Ho cominciato a scrivere durante l’adolescenza quando la vita cominciava ad avere orizzonti sempre più vasti e mi procurava un tremore interiore misto a fascino. La poesia è stata una compagna nel viaggio che mi accingevo a iniziare. Compagna e viaggio stesso e anche casa: un vero e proprio luogo da abitare. Vivo la poesia come un esercizio spirituale, teso ad indagare il senso spirituale dell’esistenza e il suo mistero, come un incessante dialogo con me stessa e con tutto ciò che mi circonda. Complici carta e penna e quell’attenzione creatrice tanto cara a Simone Weil, sono sempre pronta ad accogliere la grazia che la parola poetica riesce a estrarre da ogni istante - dichiara la Argentino”. Perno della versificazione il valore essenziale della scrittura (“concupiscente e casta”) che balza di foglio in petto come fosse brezza, “Scrivere è togliere spazio al male, / è addomesticare la paura / che torna selvatica a ogni respiro / è tentativo di conoscere / se nella radice dell’albero dimorano / necessità e libertà, / se sul tuo tronco è la misura / di altezza e statura, / se nella sua chioma nidificano / verità e verosimiglianza, / adesso che so stare sotto la sua ombra / lo svantaggio umano”, “Ora mi siedo e scrivo / da dentro questa fonte mai sazia / dove a volte il silenzio ha la meglio / ma di nuovo mi feconda la vita / mi seduce la scrittura”. Il verbo alligna il pensiero (“in confidenza con l’eterno”), la parola “irrompe / e sgorga necessaria come tutto il bene / che in questo momento è compiuto / nel basso della terra / e si misura ad altezza d’uomo”. “La poesia  è essere in relazione con l’intero creato. Fare poesia per me è ascoltare e dare voce a chi o a ciò che non ne ha. È prossimità. È il lavoro silenzioso e oscuro delle radici e quello luminoso e alto della luce: entrambi “invisibili” ma fondamentali per la vita dell’albero - aggiunge l’autrice -. Questo libro è una riflessione sulla vita, sulla sua irripetibile preziosità, sulla forza della parola poetica capace di estrarre l’eterno da ogni attimo e dove carnale e spirituale coincidono per un sentire che conduce nelle profondità dell’essere”.

GRAZIA CALANNA
 

 

lunedì 2 settembre 2013


 “GLI IMPERFETTI SONO GENTE BIZZARRA” DI RITA PACILIO

Lo spazio inespugnabile dell’essere sorella

 

di GRAZIA CALANNA su LA SICILIA del 28.08.2013

“I suoi amici hanno le ali sotto / la maglietta / alcuni hanno la testa nei sotterranei / e con le mani consegnano fogne // come fossero baci convulsi / abbracci miti, girano / la lingua di un sorriso, implorano / risposte alla sorte e alla pietà. / Hanno un amore negli occhi / un presentimento di attesa / una polvere pronta a sparare / una febbre. // Noi dispiaciuti li guardiamo enigma senza soluzione”. Versi dall’intesa tonalità affettiva, versi di Rita Pacilio tratti da “Gli imperfetti sono gente bizzarra”, edizioni La Vita Felice. «Questo - dichiara la Pacilio - è un libro che mi è costato uno scavo interiore. Ho denudato la mia rintracciabile fisicità per allinearmi allo schema dello sdoppiamento mentale e di coscienza al fine di poter osservare, con il terzo occhio, la libertà del vagabondare plurimo e legittimo della mente umana di fronte allo straordinario e difficile mondo dell’incoscienza ». Lo sguardo della poetessa (amorevolmente) indaga e si allunga fino all’ignoto di un cosmo narrato nella sua peculiare complessità, “La prigione di mio fratello / è oracolo timido / probabile occhio spia”. Un cosmo percorso da struggente tenerezza, “Il giardino l’hanno messo sul tetto / il custode è il lungo cipresso / si intreccia l’edera tra le caviglie / negli occhi vaga la collina viola”. «Un dolente e splendente diario, personalissimo – sottolinea il prefatore, Davide Rondoni - dove la forza dei versi fila, tesse e spacca la mormorazione in cui pure restano raccolti, pronunciati dal quel luogo inespugnabile che è lo spazio dell’essere sorella».

Una serie complessa di anelli (inscindibili), liriche poderose che, interpretandone prudentemente il pensiero, i sibili (“Ho parlato al tuo corpo fraterno/ conficcato nella pioggia che lava/ sollevato ruggiti sfibrati/ per pietrificarne i momenti”), donano la parola a coloro (“Li ho visti assorti, smarriti, soli. / Portavano negli occhi i rovi del mondo / con decenza e con il pungolo nel cuore”) che ne sono provvisti. «Il vero poeta - aggiunge la Pacilio - ha il compito di educare gli esseri umani alla rivelazione dell’essenza del possibile. La poesia deve avere il compito fondamentale di comunicare, come cassa di risonanza, che il codice simbolico del mondo è un lascito di un varco creativo e benefico delle vicende umane che universalmente riguardano le singole esistenze. La poesia nasce dalla realtà per poi disgiungersene in modo semplice, quasi come per creare una seconda coscienza, per erigere una distanza che discenda dalle cose stesse. Il poeta deve essere visionario e attento conoscitore degli innesti inquieti che, implacabile, la vita riproduce con spontaneità, senza debolezza. Per me la poesia resta motivo di introspezione del mondo».

 

sabato 24 agosto 2013


Intervista alla poetessa Franca Mancinelli  
La scrittura è la nostra impronta, la traccia fossile del nostro passaggio sulla terra”
 di Grazia Calanna
 
La bellezza, come la coscienza, non mente. E, in coscienza, i versi di Franca Mancinelli sono belli di quella bellezza lieve propria dell’azzurro che “torna a coprire la terra”. Liriche protese verso l’oltre terreno dove “cucchiaio nel sonno, il corpo / raccoglie la notte”. Versi verso la nudità dell’essere, con occhi che al buio vedono più che al chiarore, con occhi che nel sonno scrutano “le tracce dell’uomo che ieri abitava i tuoi stessi vestiti”. Versi confidenti, adiacenti l’orizzonte, “Torneranno a tracciarsi le strade / alle scarpe che vanno / confermando i confini / di cose tra cose”. Versi - parliamo di “Pasta Madre”, Nino Aragno Editore - che, come scrive il prefatore Milo De Angelis, “possono avere una forza oracolare, la sapienza di chi è stato per tutto il suo tempo a contatto con la morte”. 
Quali sono i ricordi legati alla tua prima poesia?
Non ricordo di preciso quale sia stata e quando l’abbia scritta. Ad ogni modo è una delle poesie che sono poi andate a comporre Oltre la giostra, la prima sezione del mio primo libro, Mala kruna. Per anni, subito dopo l’infanzia, per tutta l’adolescenza, ho scritto d’istinto, ad occhi chiusi, cercando a tentoni di capire dove mi trovavo, quello che mi stava accadendo e soprattutto cercando una porta per uscire, per andarmene. Quaderni, taccuini, foglietti, sono andati a riempire due scatole che conservo nell’armadio. A volte li rileggevo come guardando vecchie foto, riavvolgendo il filmino della mia vita, senza che potessi credere davvero in loro, perché la vita continuava a travolgermi, in un modo assoluto, prepotente, molto più di quelle parole che venivano tardi, registrando qualche traccia, una breve scia. Poi, nei primi anni dell’Università, una dolorosa esperienza mi ha portato con le “spalle al muro”: un fucile puntato alla fronte, e ho aperto gli occhi. Ho ritrovato la scrittura ed era qualcosa di diverso. Ad un tratto ero al di là di un masso insormontabile che mi aveva sbarrato la strada. Ero passata oltre, senza sapere come.
Quali i poeti che ami e, più in generale, quali le letture rilevanti per la tua formazione?
Ci sono libri che ci aspettano sulla strada, per dirci qualcosa di noi, della direzione che dobbiamo prendere, di quello che dobbiamo attraversare. Come nelle fiabe i messaggi affidati alla voce di una strega, di un animale parlante, nascosti sotto una pietra, oppure proprio sotto i nostri occhi, sull’etichetta di una bottiglia, tra gli ingredienti di un dolce. Queste voci che mi hanno parlato, che mi hanno direzionato negli intrichi del bosco, sono Cesare Pavese, Fernando Pessoa, Rainer Maria Rilke, Leopardi, Dostoevskij, e naturalmente Dante. Le loro parole sono entrate trasformandomi, rimpicciolendomi più di un neonato, facendomi crescere più di un adulto, fino a schiacciare la fronte sul soffitto. Ho copiato per anni in un mio quaderno le frasi dei loro libri, da buona amanuense. Nei movimenti della mano sul foglio, sentivo le loro parole filtrare lentamente, immerse nel gesto che le faceva rivivere. Silenziose, sulla pagina, nella mia grafia, erano come riconquistate, erano mie per un momento più lungo della lettura. Poi entravano nella mia memoria, camminando per le strade serali, con un foglietto stropicciato che di tanto in tanto riportavo agli occhi mentre sillabavo nella mente o a labbra socchiuse. È stato il mio modo di ruminare.
«La vera poesia è il contrario della solitudine, proprio perché mira a rendere più intenso il rapporto con l'altro. L'artista solitario, rinchiudendosi nella propria differenza, finisce per non sopportare più gli altri. La vicinanza di altri poeti è invece sempre benefica alla poesia. Io ne ho beneficiato tutta la vita». Con Yves Bonnefoy per chiederti: il poeta, la poesia, oggigiorno, cosa abbisognano?
Sono d’accordo con Bonnefoy: sicuramente dell’altro, degli altri. Ho intitolato il mio secondo libro Pasta madre, pensando proprio anche a questo fondamentale bisogno. La pasta madre infatti è una materia che ha un’inesauribile potenziale di generazione, di vita, ed allo stesso tempo è fragilissima. Se non viene nutrita da qualcuno, muore, se non viene accolta, resta incompiuta, senza forma. La scrittura per me è qualcosa di molto simile: può essere madre di tante cose, portandole alla luce, ma è solo nel rapporto con l’altro, nel suo spazio di ascolto, che lievita un senso. Credo che la poesia per mantenersi in vita abbia bisogno di sentirsi parte di una comunità, di rimescolarsi nei gesti quotidiani, di impastarsi in questa antica e nuova materia della nostra lingua, oggi più che mai bisognosa di essere nutrita, non lasciata morire.
“ho scritto quello che volevo dirti / sotto le palpebre. Domani / appena le riapro leggerai”. Con i tuoi versi per chiederti qual è, del tuo “Pasta Madre”, il messaggio che consideri cardine per il lettore? Cosa auspichi possa, scorrendo lo sguardo, scegliere di custodire?
Non ho scritto questo libro con un progetto. Non sono mai riuscita a farlo fino ad ora. Non c’è quindi un contenuto o un messaggio che intendevo trasmettere. Sento molto la poesia come una traccia lasciata dal nostro corpo, con tutto il suo peso e la sua quotidiana lotta per mantenersi in vita, per ridare senso a gesti semplicissimi, che ci sostengono, come il preparare il cibo, il mangiare, l’abbandonarsi al sonno. La scrittura è la nostra impronta, la traccia fossile del nostro passaggio sulla terra. Nel lasciarla, non possiamo sapere cosa conteniamo, di cosa siamo portatori, che cosa abbiamo accolto. Con il tempo però, riguardando questi segni, possiamo riconoscere qualcosa di noi, di quello che ci ha abitato. E dal nostro profilo scorgere indietro quello dell’uomo e forse ancora più indietro quello della specie. Posso dire di avere riconosciuto alcune linee, alcuni contorni: nella parte centrale del libro, ad esempio, c’è la scia lasciata dal passaggio di un amore, o del suo fantasma, e poi quella di uno sguardo sulla maternità biologica, osservata come un miracolo, ma anche quella della scrittura che porta ad essere madre di se stessi, a prendersi cura della parte più fragile di noi, sollevandoci da terra, come fa una gatta che porta il figlio nella cuccia. Mi lascio scrivere, mi affido alla scrittura, ma la aspetto anche con inquietudine e timore, come un’infiltrazione che inizia a premere, a rigare il soffitto, frantumando quello che prima sembrava conosciuto, familiare. In questo libro ho vissuto la poesia come una materia originaria, umile, fatta di cose semplicissime come acqua e farina (voce e silenzio, bianco e nero). Mi auguro che chi transita attraverso queste pagine l’accolga, la contenga, la porti a compimento.
Ti porgo un quesito usufruendo (ancora) dei tuoi versi: “con la costanza degli insetti / torniamo contro questa / luce che non si apre, che ci spezza // quanto ancora busseremo / al vetro che divide / l’ossigeno dal cuore?”
La prima risposta che mi viene è “per sempre” o, perlomeno, ancora per molto. Questo “bussare” è legato al battito vitale, alla pulsazione del sangue. Ma è anche l’immagine di un’agonia, di una lotta per liberarsi. Mi è molto cara l’immagine degli insetti imprigionati in casa, che sbattono contro i vetri, cercando di tornare da dove sono venuti. Vanno verso la luce, ma con una sorta di cecità costante, autolesiva. Li ritrovi esausti, rovesciati sul dorso, inerti, sul davanzale. In questo scontro riconosco la scrittura, il suo battere contro un limite invalicabile che, pure, continua a richiamarci, come una promessa di una dimensione diversa, di un’aria finalmente nostra, liberata. Mi chiedo quante forze abbiamo ancora per ritentare, per resistere a quest’urto. Forse gran parte del nostro scrivere si è arreso ad aggirarsi dentro stanze di aria consumata, tra mobili e soprammobili e, astutamente (o forse saggiamente), non si dirige contro i vetri, non si spezza per seguire il richiamo della luce. 
Scegli alcuni dei tuoi versi per salutare i lettori.
Scelgo due poesie molto brevi che appartengono all’ultima sequenza del libro. Le ho scelte perché siamo nella stagione delle spiagge affollate, dei corpi allineati al sole e anche perché ripropongono il tema della scrittura-corpo di cui ti ho parlato. In entrambi i testi questo paesaggio marino evoca scenari inquietanti, prossimi alla morte: “dischiusi all’equilibrio”, soffermandosi sui corpi abbandonati all’acqua che, come si dice quando galleggiano sul dorso, “fanno il morto” (qui letteralmente); “trafigge il sole polsi abbandonati”, ritraendo invece questa sorta di rottura del gioco che ci regge nella quotidianità, e questo essiccamento che cerchiamo, a cui ci esponiamo. In entrambi alla fine quello che resta è un’immagine nitida di corpi, stagliati sulla sabbia o sull’asfalto. La nostra scrittura appunto, il nostro fossile.
 
dischiusi all’equilibrio, hanno creduto  
al varo e alla deriva
nel moto continuo. Anche i gabbiani  
passano su di loro senza grida.    
Così dopo un incidente  
restano sull’asfalto frutti intatti.
 
**
 
trafigge il sole polsi abbandonati.
Semivivi o cadaveri
sparsi come fiammiferi
di una torre crollata.
Ora la pelle prende fuoco
perché del sangue resti impronta secca.
 
 
 
(l’Estroverso n. 3 / 2013 su www.lestroveros.it – LA SICILIA versione ridotta, “Liriche protese verso l’oltre terreno”, 19.08.203)
 

lunedì 12 agosto 2013


IL SAGGIO DI ERICA DONZELLA SULLA POETESSA
Alda Merini, simbiosi di pensiero e d’ispirazione
di Grazia Calanna
(LA SICILIA CULTURA 13.07.2013)
 
“I poeti si riconoscono palmo a palmo col loro silenzio. La poesia sfianca, stanca, sconvolge, tormenta e poi scende a cullare il pianto della solitudine, con la sua potenza affilata, con un’innocenza di madre che asciuga il trucco sbavato della maschera che ogni essere umano indossa quotidianamente”. Parole di Erica Donzella, riflessioni  giovevoli alla comprensione di una scelta  qual è stata quella di intitolare un saggio alla “ragazzetta milanese”, come la definì Pier Paolo Pasolini, che, sottolinea, ricordandolo, la Donzella, “ha il piglio superbo di una piccola ape furibonda, che si nutre del nettare della vita, spesso amaro del dolore, ma pur sempre degno d’inchiostro e confessione; colei che canta la sua follia con la vertigine poetica dell’amore incondizionato per il mondo viscido e distratto che la confina”. Parliamo di “Alda Merini. L’amore in un Dio Lontano”, densissimo saggio, edizioni Prova d’Autore, che dalla vita, alle ricchissima produzione letteraria, scandaglia “versi che trasudano pietà e misericordia, solitudine e malattia, affanno e sospensione, vergogna e seduzione”. Il versificare per Alda Merini, scrive la Donzella, rappresenta (anche) la misura con la quale si relaziona al proprio corpo, “il nostro corpo è anche la misura della parola”. Ed è soprattutto l’antagonismo tra corpo e soffio vitale che ha un ruolo sostanziale nella stesura delle sue liriche: “È solo sospirando la carne che si arriva alla parola. Il corpo è l’anima raffinata”. Leggendo soccorrono i versi della stessa Donzella (tratti da “Pyro”, fortunato libro d’esordio), “Maledetta sia la mia carne / Maledetto il sapore che scivola su di te / Maledetto l’attimo del tuo sguardo / E la gravità / Che mi fece orbitare / Intorno al tuo sesso”, che in assonanza con la Merini plasma canti dai toni (tuoni) passionali, autentici, prorompenti. Una sinossi scientifico-lirica dell’universo meriniano, come evidenzia il curatore letterario, Mario Grasso. Un omaggio, arricchito dalle interviste (lucenti testimonianze) a Giuliano Grittini e Cosimo Daminao Damato, in memoria di una voce memorabile (decisamente fuori dal coro) del secondo Novecento letterario italiano. “Ad Alda Merini si arriva per innamoramento. Aveva ragione Damato, regista e amico della poetessa, a confessarmi tale segreto, bisbigliato dietro una cornetta telefonica in una notte di marzo. Alda Merini è la poesia, la più alta nell’eco della parola, della metafora, del dolore preso a schiaffi coi versi, cantati verso un dio lontano, così tanto presente, eppure distante. Alda Merini si ama. Ad Alda Merini si arriva per congiunzione naturale del vivere e del respirare. È simbiosi di pensiero e d’ispirazione, è madre di silenzio che avvolge e culla il poeta, che lo consola dagli abissi ancestrali dei tormenti”.  
GRAZIA CALANNA

mercoledì 10 luglio 2013


POESIA. RESTIVO NEI PAESAGGI DELL’ANIMA

di Grazia Calanna

Il pensiero “contraddisse e si contraddisse” formulato per se stesso da Sciascia, concittadino di Calogero Restivo, anch’egli di Racalmuto, sovviene leggendo “Poesie di volti e memorie” (Prova d’Autore). Il poeta “immerso solitario e coraggioso in un mare senza fondo” propone al lettore un cammino costante condotto al ritmo intenso della franchezza e, con essa connaturate, di gagliarde contraddizioni. Del resto, sosteneva Hegel, l’antinomia è la regola del vero. Calogero traccia, assieme a quelli esteriori (e amatissimi), i paesaggi dell’anima screziandone i contorni, “Non importa se seduto sull’aia a contare le stelle, il vento all’improvviso snocciola il rosario degli urli e sbatte in faccia la sabbia prelevata dal deserto che al di là del mare, disteso come gigante annoiato, immoto e solenne, aspetta che il tempo, in dune allineate come pieghe di ventaglio, ne ridisegni forme e contorni”. Offre, leggiamo nella prefazione di Mario Grasso, “un canto lirico modulato con voce sommessa, sincera e disinibita”. Conduce un itinerario ininterrotto (mai pago) diversificato dalle ansietà del vivere e, similmente, da una florida sequenza di “propositi e speranze”. Nel ciclico gioco dell’alternanza delle stagioni, il silenzio (“Vestirò di silenzio le mie ansie, le promesse mancate, i giuramenti al chiaro di luna, perché le parole sono come l’aria che le porta lontano e cancella un timido alito di vento”) si contrappone alla parola (“Parliamo delle ansie e dei pericoli corsi, di modi scoperti di inventare i domani, che ogni giorno si facevano ieri spesi in inutili attese. Non sapevamo di essere felici”), l’oblio (“I miei ricordi sono casolari di campagna abbandonati, da cui i ladri hanno rimosso porte e finestre lasciando solo desolazione”) ai ricordi (“Saltellano come marionette mosse dal puparo, che tiene i fili e fa avanzare ora l’una ora l’altra. Sono immagini che vengono dal passato, perché la memoria le resuscita”), la rassegnazione (“Affiorano rimpianti assieme a ricordi, che non cambiano quanto scritto nel libro degli assegnati destini”) alla speranza (“Ho visto un uomo correre nella sera, inseguiva i tramonti per prolungare all’infinito il giorno e vivere un’eterna gioventù senza domani”), l’ipotesi (“Se fossi poeta metterei le ali ai bambini poveri, per vederli volteggiare liberi nel cielo, e non giocare nel fango di lividi inverni capricciosi”) alla certezza (“Sono partiti nel buio della notte, le scarpe appese alle spalla, come bisacce ai fianchi dei muli, per non pagare il prezzo del vivere quotidiano con complici versi servili”), incessantemente, come il chiarore al calar del sole. “Scrivo - svela l’autore di questo tesoretto della memoria -, per sentire l’anima per vedere i colori per sentirne i contorni, per sfiorarla e sentire che è vero che la sua pelle è velluto come di pesca, e ha forma tonda come il mondo”.
GRAZIA CALANNA




 

domenica 5 maggio 2013


 


Sulla strada per Leobschütz di Daniele Santoro (La vita felice)

nota critica di Grazia Calanna  

 

 

“Il linguaggio è la casa dell'essere. Nella sua dimora abita l'uomo. I pensatori e i poeti sono i custodi di questa dimora. Il loro vegliare è il portare a compimento la manifestatività dell'essere; essi, infatti, mediante il loro dire, la conducono al linguaggio e nel linguaggio la custodiscono”. Una riflessione di Heidegger per introdurre Sulla strada per Leobschütz di Daniele Santoro (La Vita Felice). Un libro in versi dalla forza dirompente. Del resto, con un pensiero di David Le Breton che, crediamo, colga bene il senso di questo esemplare lavoro, “il dolore inerisce alla vita come contrappunto che dà pienezza al fervore d'esistere”. Un libro, un edificio, con le pareti cementificate dalla memoria di un tempo (finito) che ha segnato il tempo (infinito) del quale non possiamo dimenticare le azioni, gli effetti. Il genocidio nazista, l’assunto. “Santoro si è documentato per scrivere, e riporta i testi a cui si è rifatto […] Documentarsi per scrivere versi? Certo, questa è la sfida, la novità, la risposta etica all’insensatezza di tanto egocentrico e fatuo verseggiare di oggi”, scrive Giuseppe Conte nella prefazione. Santoro ci afferra, con lui percorriamo lesti la strada che ci conduce dentro al campo di sterminio. Internati. “Regola prima. Me lo porti al muro / ovviamente già nudo. La divisa / la sistemi da parte col berretto / (servirà per i prossimi arrivati). // Regola due. Lo tieni per l’orecchio / se per il braccio è inutile, se fa resistenza / insomma che non s’agiti, se sbaglio mira / poco mi importa, non faccio differenza”. Allineati. “sanno ormai il destino che li aspetta / infatti a malincuore lasciano la fila / tremano messi in disparte guardano / noi che facciamo un passo avanti a / chiudere la riga”. Spezzati. “anche i bambini aspettavano la morte / intanto che aeravano le Camere  / avevano i piedini congelati / e sotto le percosse delle guardie / le mamme si inchinavano a staccarglieli da terra / … / poi insieme entravano tenendosi per mano”. Dimentichi. “voi non sapete un uomo che significhi / sfinito, sfilare nudo a passo militare / il piede congelato nel suo zoccolo di legno”.  L’aria è artica, sebbene “la calura / che spacca pure i sassi delle lacrime”. È stridente, “cantava / stringendoselo al petto, ancora strofinandogli / la punta del nasino bianco / come la neve”. È lama tagliente, scarnificante, “masticò feroce / feroce come l’animale, gli occhi scarni / e spalancati fissi su quel moribondo che / giaceva a terra”. Squarcio nel petto, lo sguardo ingabbiato sui “corpi ancora caldi accatastati / verso l’ultimo respiro”. E se da un lato la vita si è fatta più dura e minacciosa, dall’altro lato si è fatta più ricca, perché non si hanno pretese e ogni cosa buona diventa appunto un dono insperato, che riempie di riconoscenza, annotava la Hillesum maestra (e testimone) di meraviglia che sembra affiorare dai versi corpulenti di Santoro. Dopo l’approdo al vertice estremo del dolore, feroci stermini, torture fisiche e psichiche, ciniche efferatezze (“i sadici annunciavano alle loro vittime  nel campo di concentramento: domani ti snoderai nel cielo come fumo da quel camino”, sovviene Adorno), soprusi intessuti nell’intera trama vitale, versi luminosi (la poesia vive, anche, dopo Auschwitz, e finché c’è vita) irrompono,  consentono di rialzarci aggrappando lo sguardo alla volta celeste per goderne il fulgore, “a liberarci dall’angoscia è giusto una misura di stupore, / una bellezza che dia senso, amico, come quella sera / che puntavamo al cielo gli occhi e ci sorprese / il pieno delle stelle immenso il firmamento”.
 

 

 

(l’EstroVerso  maggio – luglio 2013 www.lestrvoerso.it)

sabato 20 aprile 2013

POESIA - Taibbi la parola testimone del vivere
LA SICILIA pag. CULTURA di GRAZIA CALANNA 18.04.203
 
“Si può sopportare qualsiasi verità, per quanto distruttrice sia, purché surroghi tutto, e abbia la stessa vitalità della speranza alla quale si è sostituita”. La riflessione di Emil Cioran (raccolta da L'inconveniente di essere nati, 1973), sintetizza bene il messaggio cardine di “Schegge”, silloge di Francesca Taibbi (Edizioni Prova d’Autore). Siamo in presenza di una poesia squisitamente essenziale che fluisce obbedendo con cura ad un’urgenza che diviene parola e testimone del nostro vivere quotidiano, “Siamo storpi verecondi / che accarezzano / volubili / le ripide altezze delle loro indecisioni. / Corpi contorti / formalmente compiuti / inseguono, / perversi / dolorosi rifiuti”, versifica in “Dolci Natali”. L’autrice scrive di corpi sopraffatti “dai turni della vita” (“Riflessi”) e, aprendosi alla verità del proprio più intimo sentire, guarda con gli occhi della coscienza alle inestimabili infermità sociali additando, insieme, l’inerzia delle vittime e l’astuzia degli artefici, “Imbonitori di sogni in scatola / gettano negli occhi / felicità surrogate / che celano / voragini, abissi”, leggiamo in “Accumulo ergo sum”. Uno sguardo volto al presente, memore di un trascorso indelebile e vitale nelle stanze luminose del ricordo, “nei suoi / sfilacciati / sorrisi, / i miei piccoli / passi, / svelti e imprecisi. // I guizzi del fuoco / le risa argentine / le corse / gli scherzi / le monetine / che ruotano / mosse / da dita / possenti”, (“Il bottone”). Un libro impreziosito dai disegni di Janie giovane artista catanese che con le proprie opere, contraddistinte dal tratto corposo e accogliente, fotografa il proprio tempo denunciandone, con toni garbati e malinconici, le smisurate contraddizioni. Quelle stesse incoerenze indicate a chiari toni dalla Taibbi che, come in “Mercanti di parole”, lapidaria, versifica: “Addestrati cultori dell’arte / vanagloriosi e tronfi / pronunciano voti a mezza bocca / con la restante / consegnano giudizi al tempio / dietro lauto compenso”. “La poesia - dichiara la Taibbi -, è libero fluire di emozioni e interpretazioni istintive. Oggi è importante fare poesia per combattere l’atrofismo culturale e più semplicemente conoscitivo. La poesia è probabilmente la più grande forma di condivisione esistente in ambito letterario e sociale, una tra le più concrete forme di espressione artistica. La sua concretezza (e compiutezza) risiede proprio nel suo essere incompleta, poiché spesso il non detto, il celato, fanno sì che il pensiero dell’autore, che può apparire fallace, (manchevole e incompleto), possa essere arricchito e integrato dall’interpretazione del lettore. In poesia, la monodia espressiva, la singola voce del poeta, che è l’unica che si intravede nei caratteri graficamente ordinati del testo scritto, in realtà diviene espressione del policromo pensiero sociale”.
GRAZIA CALANNA