POESIA - L’AGONISMO DELL’ANIMA NEI VERSI DI MORASSO
di GRAZIA CALANNA
“La poesia benefica di per sé, la poesia che di per
sé ci fa meglio amare la patria, la famiglia, l'umanità, è, dunque, la poesia
pura, la quale di rado si trova”. La riflessione di Giovanni Pascoli irrompe
leggendo “La caccia spirituale” di Massimo Morasso, edizioni Jaca Book,
un costrutto lirico sorprendente, ispirato alla grande linea del componimento
in versi di Rilke e Yeats, volto, attraverso mirabile vergare, all’acquisizione
di conoscenza, “Ascoltami, poesia, / per gli attimi che irrompi / dall’eterno
nel gomitolo dei giorni, / come il discepolo che invochi dal maestro
disciplina, / come l’amico che guardi nella stessa direzione dell’amico, / come
l’amante che insegna il proprio bene dentro a un volto, / ti chiedo il dono
della vista più essenziale”. Articolato in tre sezioni (Genesi, Espiazione -
Teoria e prassi di un’anima nel corso del suo cammino di purificazione - e Le Oscurità)
il libro “offre una rappresentazione dell’agonismo dell’anima nel corpo
cosmico: «Non c’è un movimento del tempo / nessun movimento nel tempo, / il
tempo inizia e seguita a iniziare nel principio, [...]»”. Della trilogia, il
verbo è il nitido cardine: “le parole sono stanche / e tocca a noi salvarle /
darle un riparo all’altezza delle lacrime”, “insieme alle parole una speranza:
/ poiché la memoria vive nell’immaginazione / che la rinascita è possibile, che
oltre la porta viola / c’è giustizia”, “la parola vive nelle immagini del cuore
/ con l’insistenza di un fatto necessario / oppure è una menzogna, fiato / del
nulla, apostasia”, “riascoltando la notte le parole / sgranate in mezzo alla
grammatica del vivo / chi fra di noi non sente la potenza / che pullula nei
nomi allora taccia”, “Tutto / respira e tutto ringrazia / se anche non sa di
ringraziare e non ha fiato / perché non è che un’occasione, un fatto, un quasi niente
/ come l’intraducibile parola del silenzio”. «La poesia degna di questo nome -
dichiara Morasso -, non è soltanto un fenomeno magico-musicale, né un
rendiconto in versi di carattere metafisico-morale, più o meno diaristicamente
(sentimentalmente) atteggiato. La penso piuttosto, la poesia, come un metodo
a-sistematico di conoscenza che insegna ogni volta daccapo come avvicinarsi
alla realtà e alla materia che la costituisce dalla parte dell’anima. E ogni
singola poesia, in questa prospettiva, la leggo in primo luogo come un segno,
come il “resto riflesso” di un banchetto sacrificale che facilita
l’incamminamento dello straniero, dell’irriducibile al sé (“mi contrappongo a
me stesso, mi separo da me stesso”, scrive Hölderlin). Credo che all’apice di
se stesso, il poeta debba indirizzare tutte le sue migliori facoltà come un
intero teso a comprendere il cuore più intimo del mistero. Pochi, ovviamente,
sono all’altezza di tale mandato. È ben vero che non tutti quelli che scrivono
poesia sono poeti».
GRAZIA
CALANNA
" “Tutto / respira e tutto ringrazia / se anche non sa di ringraziare e non ha fiato / perché non è che un’occasione, un fatto, un quasi niente / come l’intraducibile parola del silenzio”"
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