martedì 26 giugno 2012


Da mani mortali di Biancamaria Frabotta (Mondadori)
recensione di Grazia Calanna




“Sono come le pulci, i poeti / acquattati nel pelo del mondo. / Invisibili, se ne stanno passivi / nelle ore dolci dei vivi / ma in un tale loro modo / e così a caso dispersi / fra i tanti, singoli vanti. / Oh, se mordono, nei loro nidi / bisogna cercarli / stanarli dai loro nascondigli”. Versi intimi di Biancamaria Frabotta, schiudono “Da mani mortali”, recente silloge Mondadori che, con qualche variante, ripropone, oltre al capitolo omonimo al libro, “Gli eterni lavori” e “I nuovi climi”. L’amore per il creato con il quale colei che scrive ha un legame indissolubile, “Potessi poggiando la testa sul cuscino / udire il mormorìo della terra che dorme / quando sibila la sofferenza delle piante”, il disincanto, l’incedere dell’evo impietoso come l’alba che rabbuia “i filari della vigna” strappando “un altro giorno all’anno”, la dipartita, “Ti vedo, signore degli assetati che non mangiano / col diabete negli occhi, brindare, fra i lisi cuscini / alle stelle che ormai si vanno spegnendo”. E, non ultimi, fede e inquisitori della coscienza, sin dalla tenera età, “A otto anni è triste cibarsi del Dio vero”. Scandite da mordace mestizia, queste le urgenze della Frabotta. Incede quieta puntellandole a modo con le chiamate alla poesia (“A che gli vale amarla la poesia / se ricambiarla non gli è dato?”), a “quel mezzofondista / che dei dispersi / è umile apripista”, ai poeti (“troppo pochi!”), “in eterno  costretti / a pendolare / sulla stessa tratta”.





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