venerdì 8 marzo 2013

MARCO SAYA
I versi partitura scandiscono le trame
La Sicilia, 07.03.2013 di Grazia Calanna
“La passione per la scrittura nasce da lontano, con la musica, ricordo le prime lezioni di chitarra a quattordici anni. Lo studio dei testi di alcuni celebri cantautori americani è stato lo spunto per iniziare a buttare giù qualche pensiero e così lo scrivere è diventato parte integrante della mia partitura musicale”. Riflessioni di Marco Saya, editore e autore di “Chiacchiericcio”, malmenante (e rapente) raccolta poetica, “cinque muniti per dirvi di non ascoltare / codeste cassandre puttane / travestite da lauree con master a seguito, / figlie di un capitalismo abortito / e di una democrazia stuprata. […] cinque minuti per riprendervi quella dignità / persa nella sabbia fine di qualche deserto”. Converrebbe Cioran, esistono solo le cose che abbiamo scoperto da soli, le altre sono tutte chiacchiere. Saya, cosciente della “precarietà della parola”, addita la menzogna, “verità tramandata da previi accordi”, figlia dell’umanità intrappolata nel cerchio perpetuo della reiterazione, “ricordo quei convogli / che, allora, avevano / un’unica destinazione”. Plasma versi agili, fotogrammi verbali di un paese popolato da lacchè, opinionisti senza opinioni, morti sul lavoro, precari in cerca di dignità, in cui “la povertà precipita / fracassandosi sull’asfalto / cosparso da compresse di xanax”. Versi acuti, “mi domando se, oggi, l’idea abbisogni / di un nuovo re-styling / ma gli orchestrali della mente / dirigono solo metà emisfero / perché a corto di dipendenti”, di sociale (mordace) interpellanza, “ri-apprendere come sfregare le pietre focaie / potrebbe essere il miglior inizio / per dar fuoco a questo presente?”. “In Chiacchiericcio - aggiunge Saya -, i testi prendono forma nella loro eterna contraddizione come una partitura dove il tempo non è mai stabilito a priori ma è ogni singola misura a scandirne le trame, sempre diverse ma vicine perché vogliono capire, cercare di prevenire le misure successive. Questo richiede una totale simbiosi con il proprio reale, un mondo “work in progress” che costruisce il racconto, lo sviluppa, lo articola, lo canta e così la poesia deve essere vicina al tempo che si vive, a questo nuovo millennio che, tra una tecnologia esasperata e i nostri passi che faticosamente arrancano, aspetta di essere rappresentato in tutta la sua complessità emotiva, nevrotica e, aggiungo, piuttosto confusa. Mi piace osservare, descrivere, quasi come un cronista armato di ironia, ma anche di tanta amarezza, il caos del nostro tempo, partendo, appunto, dalle “notizie”, dai pregiudizi, dalle ingiustizie sociali, dai singoli oggetti, feticci divenuti una nostra seconda pelle, dal nostro essere in questo mondo senza una vera identità, una sorta di cloni che attraversano questa vita in attesa di un alfabeto/linguaggio che possa essere condiviso”.
 
GRAZIA CALANNA

 
“SOLOMINUSCOLASCRITTURA” DI SILVIA ROSA
 
Versi taciturni, parole «carne dell’anima»
LA SICILIA 14.02.2013 di Grazia Calanna
 
“Il linguaggio è uno specchio della mente in un senso profondo e significativo; è un prodotto dell’intelligenza umana, ricreato ex novo in ogni individuo mediante operazioni che si situano ben oltre il limite della volontà e della consapevolezza”. Leggendo “SoloMinuscolaScrittura” di Silvia Rosa, edito da “La Vita Felice”, prefato da Giorgio Bàrberi Squarotti, sovviene la riflessione di Chomsky. Siamo in presenza di una prosa poetica che non sfugge il silenzio, bensì lo accoglie in policroma (faconda) pienezza. Taciturne, “le parole sono carne tenera dell’anima, l’alfabeto di occhi mani labbra che siamo, eterni a svanire”. Con verità cristallina, “a denti stretti”, l’autrice partecipa il lettore del proprio “precipitare nell’ansa nuda di parole”. Indaga le geografie del tempo, pur (talvolta) assente da se stessa, instancabile, pur (talvolta) stanca dell’immobilità che la “preme contro i minuti sbeccati taglienti dei giorni che scorrono in fretta, e si sbriciolano”. Sveste i propri dubbi esistenziali, “bolo indigesto che ulcera la coscienza”. Sul “candore delle pagine” adagia desideri cosmici, riconoscibili, anche quando taciuti, “vorrei che ci scambiassimo le fiabe, e le dolcezze che teniamo nascoste al mondo intero, […], il tempo di un sospiro di piacere che tremi il cuore e frani cielo e terra fino all’origine di (un) noi - possibile”. Ebbene, cardine è l’amore, che, insegna Feuerbach, è passione, contrassegno della vita, senza il quale, ricorda semplicemente l’autrice, “i giorni (e le notti) precipitano nel vuoto”. “Scrivo per raccontare il mondo, visto coi miei occhi, a me e a gli altri, come si raccontano le fiabe perché aiutino a superare la notte e a guardare senza (troppa) paura le ombre, e poi scoprire che le ombre nascono dalla luce che si muove intorno ai nostri passi - spiega la Rosa -. Scrivo per necessità, non vorrei scrivere, scrivo con difficoltà e fatica, le parole molte volte non ci sono, devo cercarle e non ho voglia e poi però penso che non ho niente oltre alle parole che (non) possiedo, che il senso è tutto lì, nelle parole, ma che le parole non “significano” nulla, perciò bisogna metterle insieme con cura come le tessere di un mosaico e inventare un disegno per dirsi e per dire, e offrirlo in dono a chi vorrà leggerne tutte le sfumature e le imperfezioni. “SoloMinuscolaScrittura" nasce da un corpus di riflessioni di questo tipo rielaborate, poi, in una sorta di racconto. Se c'è un'uscita possibile da quel labirinto di non senso e solitudine e vuoto in cui a volte (ci) si (s)finisce, per me - conclude la Rosa - è proprio nello spazio di quel cammino, una parola dopo l'altra tesa come una mano in una carezza in un gesto di resa in un saluto, a indicare il mondo e a pronunciarlo sulla punta della lingua, come fosse una preghiera”.
GRAZIA CALANNA



 

 

“LA VITA CHIARA” DI MARIA GRAZIA CALANDRONE

«La poesia, un patto di fratellanza»
La Sicilia, 11.01.2013 intervista di Grazia Calanna

venerdì 11 gennaio 2013


“LA VITA CHIARA” DI MARIA GRAZIA CALANDRONE

«La poesia, un patto di fratellanza»

LA SICILIA 11.01.2013

Intervista di GRAZIA CALANNA

 

“Un nodo nero mi protegge il petto: / il mio tributo al volo delle rondini / forma una solitudine / dove non sono sola”. Versi sostanziali, partecipati, gemmati da una inventiva debordante che attinge all’esistenza, ora narrata ora narrante, “arcobaleno / retto da un orizzonte”. Versi di Maria Grazia Calandrone, tratti da “La vita chiara”, Transeuropa Edizioni. Un libro in sezioni, quattro come gli elementi naturali, fondamento (immacolato) dell’essere: in “Acqua” scorgiamo Persefone e la pittura di Piero della Francesca; in “Fuoco” affiorano i dialoghi con il poeta mistico Hafez, le invocazioni di Maria; in “Terra” risaltano storia e leggende gotiche.  Chiude “Aria” col poemetto “Alla sua ultima musa”, (per la voce di Sonia Bergamasco).  

- Quali i ricordi legati al suo primo componimento in versi?

Posso riferire i primi due guizzi metaforici, suscitarono in me un entusiasmo per la libertà e la possibilità della mente in relazione alla parola – ovvero lo spontaneo insorgere del “metodo”. All’inizio di marzo del 1971 Roma si svegliò sotto un’abbondante nevicata. Io vidi i vasi dei gerani alla finestra colmi di neve come un’offerta della natura, un mondo di panna. Poi sentii provenire dalla strada lo stridere dei freni dei mezzi pubblici e nella mente si aprì una bianca foresta surreale piena di barriti di “elefanti meccanici”. Non sono mai più uscita da quella gioia associativa: mi accorsi che le parole possedevano una loro immaginazione e potevano ricreare una realtà parallela e abitabile. Certo, in quel caso vennero suscitate da un evento ingenuo ed eccezionale, che facilmente poteva colpire l’immaginazione di una bambina, ma con l’allenamento possiamo riuscire a vedere un altro mondo, “più vero del vero”, anche sulla scrivania dove sediamo tutte le mattine da trent’anni.

- Quali i poeti indispensabili?

I poeti sono tutti indispensabili. Possiamo fare a meno dei facitori di versi che abusano della poesia per parlare di sé. Ma in quel caso non si tratta di poeti, i quali dovrebbero dirci di un mondo comune fuori dal comune.

- “Fino a che siamo vivi produciamo rumore e misericordia / ma quel poco di bene solleva / dal nostro petto tutta la fermezza della terra”, i suoi versi per chiedere se la poesia può (in che modo) spianare “la strada al silenzio sotto i passi del mondo”.

La poesia, tanto più è alta, tanto più ha la funzione di ricordarci il patto che ci lega gli uni agli altri, che è un patto di compassione e fratellanza. Siamo i soli viventi uniti dalla coscienza della propria morte e rifuggiamo tutti come possiamo da questa evidenza. Basterebbe ricordare questo per mitigarci gli uni verso gli altri. In questo senso comunismo e cristianesimo sono opere della immaginazione poetica. Sul tema della morte il cristianesimo pecca di un eccesso di simbologia infantile, ma se ne possono facilmente comprendere le ragioni, nel tentativo di divulgare un patto di bontà naturale che nella società umana sembra ogni giorno più straordinario.  

- “Il vero poeta anela a chiarezza. Egli ha coscienza che la parola è difficile, ma, e se ne dispera, la rende fatalmente più oscura, più intrappolata nei significati che, cercando di nudarla e di coprirla di luce, moltiplica”. Con Ungaretti per chiederle di meditare insieme sulle ipotetiche (attuali) “incombenze” del poeta.

I poeti sono delle sentinelle, fanno veglia sulla lingua, che vuol dire far veglia sulla libertà della immaginazione, sulla comune profondità sentimentale che è la compassione. Sarebbe buono che tutti ci sentissimo costantemente bendisposti verso la bellezza e la bontà del mondo come siamo ad esempio dopo aver letto Leopardi, che sparge sul male naturale la tanta vitalità e bellezza delle sue parole.

- Scelga un passo da “La vita chiara” per salutare i lettori.

Propongo il testo posto ad apertura di libro, per motivi che credo siano chiarissimi: “Se io potessi aprirei il mio petto per farvi vedere / come gli organi se ne stiano spaiati, uccelli acquatici / al colmo / di un tetto, come tutto il mio petto sia un campo aperto / dopo la rimozione degli alberi / e un passaggio di unità cinofile / e quale unico congegno espressivo / tra animale e uomo /sia lo stesso ripetere che sì, che sì...”.

GRAZIA CALANNA

 

 

venerdì 14 dicembre 2012


Intervista alla scrittrice Rosa Matteucci

 

“La cattiveria più grande quella del silenzio”

LA SICILIA CULTURA 10.12.2012

di Grazia Calanna

 

“Sul set di un film che non si farà, un Calvario dove Cristo non muore davvero e quindi non risorge, va in scena la storia dei destini incrociati di due donne, un’attrice in cerca di parte e una giornalista free lance, inconsapevoli interpreti di una sceneggiatura senza autore che brancola anelando un lieto fine”. Parliamo di “Le donne perdonano tutto tranne il silenzio”, nuovo stuzzicante romanzo, edito da Giunti, scritto dall’immaginifica e schietta penna (“Siccome ho pagato otto euro di cambio treno, mi sono fatta assegnare il posto di fronte a lui. Perché le cose accadono e noi con loro. Sulla spiaggia infuriava la mareggiata. Il lettore è stato rude e indifferente, come fanno due persone che si incontrano casualmente, si fiutano e si riconoscono”)  di Rosa Matteucci (nella foto di Fabio Lombrici). “Alcuni raggiungono la loro massima cattiveria nel silenzio”. Ha pensato a qualcosa del genere, come esplicitamente recita la frase di Elias Canetti (tratta da La provincia dell'uomo - 1973), quando ha scelto il titolo del suo nuovo libro?  

“No, il titolo viene da una riflessione scaturita da una risposta letta sulla rubrica la posta del cuore di Natalia Aspesi, mediata dalla lettura e rilettura dei saggi di Aldo Carotenuto, Jung a tutto andare, dove si parla del dolore intimo provocato dal silenzio, dell'opposizione del silenzio maschile alla dialettica femminile, che è vita”. Qual è la peculiarità di questo suo romanzo, cosa lo distingue dai precedenti lavori?

“Non mi è chiaro ancora, sicuramente il fatto che sbarazzatemi della pesante zavorra della storia della mia famiglia, posso finalmente scrivere quel che voglio, non avendo più l'onere di consegnare ai posteri la memoria di mio padre, ovvero il fardello della mia biografia, ormai cauterizzata, oltre che condivisa con altre anime gentili”.

“Quando mi ha stretta a sé ho pregato che quell’abbraccio fosse espressione di un giudizio decisivo del mio passato, e di una sentenza irrevocabile del mio avvenire. Invece è stato frettoloso e bruciante e sono rimasta con quel senso amaro di sogno che stava per realizzarsi e solo per sfortuna sia sfuggito”. Dell’amore, tema centrale del libro, qual è la sua segreta  definizione?

“L'amore non so definirlo se non come qualcosa di eterno e potente che parte dal cuore di ciascuno di noi e attraverso peregrinazioni, sofferenze, abbandoni e felicità ci riporta al cuore stesso”. “Scrivendo si rimane in bilico fra contemplazione di sé e comunicazione con l’altro. Una strada scivolosa che si riesce a percorrere solo con grande spudoratezza. Scrivendo, io taglio la realtà come mi pare, chi mi legge taglia la storia come piace a lui. È la libertà assoluta, una libertà necessaria”. Uno spunto di riflessione con le parole di Elena Loewenthal per chiederle: dovesse descriverla, cos’è per lei la scrittura?

“La  domanda sulla scrittura non pretende risposte, sono insite in quello che ho scritto finora, non mi piace dare delle definizioni precise, dove precisione, linearità, certezza non ci sono. Posso dire che i libri hanno rappresentato per me un lieve ponte di barche, di zatterine, su cui attraversare il tempo, la vita”.

Quali i ricordi legati al suo primo romanzo?

“La morte di mio padre e un viaggio a Lourdes in treno, vestita come una demente. Del cibo pessimo, tanti abbracci, l'incubo delle mestruazioni, un ragazzo down di Spoleto che mi ha dato tanti baci, una tenerezza e un calore speciali per quel cromosoma in più...”
Quali gli scrittori prediletti, coloro che hanno influito sulla sua formazione? “I russi Tolstoj, Dostoevskij, Celine, Zola”.

Qual è (e perché) il libro al quale è più affezionata?

“Dei miei libri o in generale? Se la seconda opzione Germinal e L'Assommoir di Zola. Dei miei, Cuore di mamma”.

Tornando al suo “Le donne perdonano tutto tranne il silenzio”, sceglierebbe per congedarsi dai lettori, così da stuzzicarli ulteriormente, uno dei passi più rilevanti?

“Il giudizio universale per opera dei cagnolini e l'ultima riga quella in cui c'è un passo dalla poesia “Dalla torre” di Mario Luzi. Fila anni luce misteriosi, fila un solo destino in molte guise, dice: “guardami sono la tua stella” e in quell’attimo punge più profonda il cuore la spina della vita”.  

GRAZIA CALANNA

 

 

giovedì 13 dicembre 2012


Università Nazionale Autonoma del Messico

“Allakatalla, quando la parola si fa poesia e la poesia canto”

Alfio Patti: “Ho ripercorso ottocento anni di letteratura, dalla scuola siciliana ad oggi”

 

Intervista di Grazia Calanna

 

“Allakatalla, quando la parola si fa poesia e la poesia canto”. È il titolo del corso tenuto da Alfio Patti, poeta, studioso della poesia siciliana colta e popolare all’Università Nazionale Autonoma del Messico (Unam), Dipartimento di Lettere Italiane della cattedra straordinaria Italo Calvino.

- In che modo sono state articolate le lezioni?

Con l’ausilio di una chitarra d’eccezione, usata da Joan Manuel Serrat, celebre cantautore spagnolo-catalano, prestatami per l’occasione,  e di un semplice powerpoint, ho ripercorso, a volo d’uccello, ottocento anni di letteratura a partire dalla scuola siciliana del Regale Solium di Federico II di Svevia fino ai giorni nostri. Le lezioni sono state divise in una parte esclusivamente teorico-didattica e un’altra artistico-musicale con canti e cunti attinenti alla lezione del giorno. Nella prima ho parlato della scuola poetica siciliana, dei poeti-giuristi e della poesia cortese e amorosa. Di seguito, ho tracciato il percorso del genere  “Contrasto”, caratteristico della letteratura latina, medievale e romanza tanto diffuso in Sicilia. E, ancora, i poeti dal 1400 al 1600, con particolare riferimento a Bartolomeo Asmundo, Girolamo D’Avila, Giovanni Nicolò Rizzari e al principe dei poeti siciliani, Antonio Veneziano. La lezione ha visto l’intervento a sorpresa della prof.ssa Mariapia Lamberti, la quale ha parlato dell’amicizia del Veneziano con Miguel Cervantes. Apprezzato anche l’incontro dedicato all’ultimo petrarchista siciliano, Giuseppe Nicolosi Scandurra e alla poetessa Graziosa Casella, autrice catanese della prima metà del ‘900. Entrambi hanno cantato l’amore e la natura; il primo in modo platonico e ideale, la seconda in modo concreto e passionale. Non sono stati trascurati i poeti del Novecento, con particolare riferimento a tre grandi della nostra poesia: Vincenzo De Simone, parnassiano per eccellenza, definito il D’Annunzio di Sicilia; Ignazio Buttitta, il quale parlò del contingente e del precario con le sue poesie civili e sociali;  Mario Grasso, poeta fuori dal coro, tra simboli e polemiche, fino a Gabriella Rossitto (l’amore traslato), Marco Scalabrino (lo sperimentalismo) e al sottoscritto - in cui la forza della parola si fa scudo e spada”.

- Tra tanti, quali i temi che hanno destato maggiore interesse?

Quelli dell’amore e dell’ingiustizia sociale. Ecco perché nella lezione sui cantastorie, il “Lamentu ppi Turiddu Carnavali” e “La Barunissa di Carini” hanno attraversato i cuori degli astanti. I giovani messicani, assetati di conoscenza, hanno palesato verso la letteratura siciliana grande rispetto e ammirazione. Certo, occorre saper porgere la disciplina con garbo e metodologia ma soprattutto credendoci fino in fondo”.

- Quale la singolarità di questo corso?

“Il rapporto tra siciliano e spagnolo, non solo attraverso le parole ma anche attraverso il costrutto delle frasi e delle espressioni. Per esempio: il nostro “non diri mancu pìu” (non aprir bocca), in spagnolo si dice “no decir no pìo”; come quando una cosa fa male alla salute noi diciamo “mi fa dannu” in spagnolo “me hace daño”. Così per le espressioni “mi affaccio da mia madre” o “Gesuzzu”, allo sternuto del bambino… Ho parlato in siciliano con molta disinvoltura e i ragazzi, tra i migliori del corso, coglievano al volo le battute”.

- La poesia, quella autentica, è generosa, sa donarsi pienamente fino a divenire un tutt’uno col lettore; schiude, senza posa, quella girandola di identificazioni che la rendono nostra per sempre. Questa premessa per avviare una riflessione sul valore odierno della poesia e sul ruolo che ha (o dovrebbe avere) il poeta.

“Credo che oggi, più di ieri, il poeta abbia un ruolo determinante nella società. I poeti non hanno fucili né cannoni ma incutono un certo timore ai “poteri forti” perché hanno la parola che arriva nel profondo delle persone e principalmente dei giovani che, educati alla non violenza e alla democrazia, vogliono riappropriarsi di quel dialogo che viene loro negato. Ecco perché scrivono poesia. A me la poesia ha dato più di un’amante fedele. È stata rifugio e pulpito, unico mezzo per comunicare in una società in cui l’uomo cerca l’uomo fra una verità virtuale e un’altra reale”.

GRAZIA CALANNA

martedì 6 novembre 2012


«Non scriverei versi se non credessi nel genere umano»

La Sicilia Cultura 05.11.2012

Intervista al poeta Giovanna Frene

a cura di Grazia Calanna

 

Scrivere poesia. Dimorando l’esistenza. Meditando il dolore. Ghermendo la storia. La storia, estensione (ricorrente) in cui pensiero e azione quadrano, e con essi compimento, testimonianza, interpretazione, casualità. È questo l’assunto che regge “Il noto, il nuovo” dell’autrice veneta Giovanna Frene (Transeuropa Edizioni) con la quale abbiamo amabilmente conversato.

Quali i poeti dell’anima?

Saffo, Emily Dickinson, Edgar Allan Poe, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni, Andrea Zanzotto, Francesco Petrarca, Charles Baudelaire, John Donne; più tardi, Paul Celan. Zanzotto è stato il poeta cardine nella mia formazione, per la vastità delle sue scoperte poetiche, per la sua intelligenza, per il suo ascolto del mondo; ricordo ancora che la sua prima lettura fu una vera e propria esperienza estetica nuova, e non è stato facile staccarmi poi da lui e iniziare il mio personale tragitto nella poesia – di sicuro questo distacco è stato un superamento, in senso hegeliano, con tutti i dolori di una separazione”.

Qual è l’insegnamento principe del poeta diletto?

“È la sua estrema attenzione al linguaggio, nei suoi due aspetti (cosa e come dire) - cosa che non è stata molto recepita, devo dire, nella poesia italiana successiva a lui, troppo infagottata su se stessa per potersi aprire al rischio inaudito di mettere in corto circuito contenuto e forma. Il rischio messo in atto per primo da Zanzotto però, anche se sembra l'opposto, è prima di tutto inerente al contenuto, a cui di conseguenza sono seguite parole e strutture grammaticali adeguate: esiste infatti in Zanzotto un limite a ciò di cui la poesia può trattare? No. Ecco il punto. Sono riflessioni che sto maturando ultimamente, perché invece da giovane ero stata attratta dall'estremo brillio dalla superficie, dal significante della sua poesia, così instabile, baluginante, frantumato, scisso nella  profondità stessa del dire. La scissione del textus zanzottiano è prima di tutto nel contenuto: forse è lui il primo poeta postmoderno italiano”.

Per Zanzotto la poesia “è sempre più di attualità perché rappresenta il massimo della speranza, dell'anelito dell'uomo verso il mondo superiore”, per la Frene?

Vorrei soffermarmi su queste parole di Zanzotto: ora che è morto, risuonano anche pregne di una certa religiosità (e lo dico con cautela, anche perché non vuol certo dire religione), perché Andrea era prima di tutto un uomo che aspirava alla giustizia e al bene. Che altro è la poesia se non questa, poco segreta e platonica, aspirazione? Per me la poesia, e l'ho già detto altre volte, rappresenta il mio modo di vedere e conoscere il mondo; non sono esplicitamente ottimista, ma devo dire che non scriverei se non sperassi che questo linguaggio così speciale e fluido possa  attraversare il freddo metallo spazio-tempo della violenza umana, e depositarsi sul sostrato positivo che permette al genere umano di sussistere nonostante tutto”.

Può esistere poesia malgrado esista una frattura insanabile tra pensiero/scrittura e azione/condotta? “La poesia può di fatto esistere malgrado tutto, e specialmente malgrado chi la scrive. Seguendo quanto dice Proust, c'è di fatto una bella scissione tra scrittore e essere vivente, anche e specialmente per chi vede tutto da esterno: il nostro prossimo. Propenderei poi per lasciare aperto il dubbio su quale di queste due dimensioni inglobi l'altra, o se siano due insiemi che si intersecano, o se siano due monadi che si sfiorano”.

“Mentiamo in ogni momento a noi stessi: / viene dall'atto dell'abrasione il nesso di colpevolezza, / dal non mantenere inalterato l'abominio / comunque compiuto”. Potrà (in che modo) il nuovo scompagnarsi dal noto?

Il  nuovo nella storia è la medesima violenza che si reitera, e dunque rimaniamo nell'ambito del noto, cambiando solo forme, soggetti e oggetti. Tuttavia, la direzione in cui ultimamente sta andando il mio pensiero mi porta a dire che ci sono eventi che appunto sono nuovi, e che la loro novità sia irriducibile a qualsiasi elemento noto. La Shoah è uno di questi eventi. Il poeta  può e deve ancora nominare un evento, o evocarlo, per ridare forma a fantasmi che spesso la società non vuole più vedere”.                        

GRAZIA CALANNA